La giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze, Anna Liguori, ha disposto il rinvio a giudizio di una donna e di un uomo accusati di concorso in estorsione, anche nella forma tentata, con l’aggravante del metodo mafioso. Il procedimento riguarda richieste di denaro e di beni rivolte a due imprenditori toscani.
Secondo la ricostruzione della Procura, i fatti contestati risalgono al 2024. La donna avrebbe contattato i due imprenditori sostenendo di trovarsi in difficoltà economiche. Alle richieste si sarebbero aggiunte minacce indirette, espresse attraverso telefonate e messaggi. L’uomo, che all’epoca si trovava detenuto nel carcere di Chieti, avrebbe a sua volta insistito con comunicazioni via sms.
Le richieste ai due imprenditori
Gli episodi contestati sono distinti e riguardano due imprenditori residenti in Toscana. Dalla ricostruzione degli inquirenti risultano queste circostanze:
- un imprenditore della provincia di Siena avrebbe consegnato 1.000 euro e una cesta di prodotti alimentari del valore di 350 euro;
- un imprenditore della provincia di Pisa avrebbe invece rifiutato le richieste di denaro;
- le condotte sono contestate come estorsione consumata e tentata, con l’aggravante legata al metodo mafioso.
Il rinvio a giudizio apre la fase dibattimentale del procedimento. I due imputati dovranno quindi comparire davanti alla terza sezione del Tribunale di Firenze, che esaminerà le accuse e gli elementi raccolti nel corso delle indagini. L’udienza di apertura del processo è stata annunciata, ma la decisione della gip non equivale a una condanna.
Nel procedimento l’accusa sostiene che le richieste siano state accompagnate da modalità idonee a esercitare pressione sulle persone coinvolte. Sarà il processo, nel contraddittorio tra accusa e difesa, a valutare la dinamica dei contatti, il contenuto delle telefonate e dei messaggi e il significato delle somme e dei beni consegnati.
Per entrambi resta valida la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva. Il giudizio dovrà stabilire se le condotte contestate integrino i reati indicati dalla Procura e se sia configurabile l’aggravante del metodo mafioso.